Tiger Mask (L'uomo tigre): la serie animata compie cinquant'anni

Cinquant'anni di un eroe mascherato che continua a farci sognare

di Kotaro

Il 2 ottobre del 1969, ben cinquant’anni fa, suonava il gong d’inizio per Tiger Mask (da noi noto come L’uomo tigre), celeberrima serie animata di Toei Animation che si sarebbe protratta per due anni e ben 105 episodi.
La storia del tormentato eroe del ring con la maschera di tigre è tratta dall’omonimo manga disegnato da Naoki Tsuji e scritto da Ikki Kajiwara (1936 – 1987) , pubblicato dalla casa editrice Kodansha tra il 1968 e il 1971.
I più forse conosceranno il nome di Ikki Kajiwara e sapranno che è anche lo sceneggiatore, con vari pseudonimi, di opere famosissime anche in Italia come Akakichi no Eleven (Arrivano i superboys), Kyojin no Hoshi (Tommy, la stella dei Giants) o Ashita no Joe (Rocky Joe). Opere fondamentali nella storia del manga di genere sportivo, impregnate in ogni pagina/fotogramma di quello che è uno dei termini portanti della narrativa di Kajiwara: 根性 konjō; letteralmente forza di volontà, determinazione, indica lo spirito dei protagonisti di questo tipo di storie, che non si arrendono mai e riescono, impegnandosi, a superare qualsiasi ostacolo. Ed è, ovviamente, un termine ricorrente e fondamentale anche in Tiger Mask, storia di un eroe solitario che calca ring insanguinati e lotta contro temibili avversari (tra cui il più terribile di tutti: se stesso, il proprio passato e la propria coscienza) a rischio della vita in nome di un ideale a cui crede con tutto se stesso. Ce lo dice la stessa sigla d’apertura, iconico brano ad opera di Hideyo Morimoto, riproposto in tutti e 105 gli episodi e, in diverse versioni, anche in altri contesti legati al personaggio di Tiger Mask.

草も木もないジャングルに死を呼ぶ罠が待っている
フェアレディで切り抜けて、男の根性見せてやれ

Kusa mo ki mo nai janguru ni shi wo yobu wana ga matteiru
Fea purei de kirinukete, otoko no konjō misete yare

In questa giungla senza erba né alberi, ti attendono trappole mortali
Superale combattendo lealmente, mostra la determinazione di un uomo


Quello che, però, è poco noto nel nostro paese, dove solo una piccolissima parte della sterminata produzione di Ikki Kajiwara ha visto la pubblicazione, è lo strettissimo legame dell’autore col mondo delle arti marziali, degli sport da combattimento e del puroresu, il wrestling giapponese. Uno sport, quest’ultimo, che si può dire nasca formalmente poco più di un decennio prima della pubblicazione di Tiger Mask, grazie all’imponente figura di Rikidōzan (1924 – 1963), lottatore che viene considerato il “padre del puroresu”, oltre che fondatore della Nihon Puroresu Kyōkai, la prima federazione di wrestling giapponese, attiva tra il 1953 e il 1973 nonché la compagnia a cui, nella storia, appartiene Tiger Mask.
Leggenda vuole che sia proprio la visione di uno degli incontri fondamentali nella carriera di Rikidōzan, l’infame match contro Masahiko Kimura disputato il 22 dicembre del 1954, ad avere acceso nell’allora liceale Ikki Kajiwara la passione per il puroresu, che lo porterà a cimentarsi nella scrittura di racconti illustrati per ragazzi con le biografie dei più grandi campioni del tempo, ma soprattutto a debuttare come fumettista, con decine di opere sceneggiate nell’arco di poco più di vent’anni. Il tema prediletto dall’autore è, naturalmente, quello sportivo, e non stupisce affatto scoprire come si possa individuare un percorso ben preciso all’interno della produzione del maestro, che ha come argomento cardine proprio quel wrestling che amava tanto. Sul wrestling è, infatti, la prima opera di Ikki Kajiwara, Champion Futoshi (1962), storia di un giovane di talento che debutta nel puroresu sotto la guida di Rikidōzan. E lo è anche l’ultima, rimasta incompiuta per la prematura scomparsa dell’autore: Otoko no seiza ("La costellazione degli uomini", 1985), racconto autobiografico che narra la giovinezza del maestro e il suo rapporto col puroresu, incarnato ovviamente da Rikidōzan, che nelle opere di Kajiwara è sempre visto come un eroe mitico e insuperabile.

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Tiger Mask è l’unica opera di questo percorso dell’autore nel mondo del puroresu ad avere ottenuto un adattamento a cartoni animati (da Champion Futoshi era stato tratto nel 1962 un drama televisivo) che le ha permesso di giungere alle masse, facendosi amare anche e soprattutto da un pubblico di bambini. E’ un’opera che sta nel mezzo del nostro percorso: non ha ancora l’inaspettata modernità di Puroresu Super Star Retsuden ("Biografie delle superstar del wrestling", 1981); riprende da Champion Futoshi buona parte dei suoi elementi (l’eroe innamorato di una ragazza di nome Ruriko che si prende cura dei bambini, la divisione tra combattimenti “reali” con lottatori realmente esistenti e quelli contro i lottatori di fantasia appartenenti a un’organizzazione criminale, l’eterna divisione bene/male tra lottatori giapponesi e stranieri, con questi ultimi sempre visti come cattivi, razzisti e scorretti) e il resto, compreso lo stile di disegno di Naoki Tsuji, lo prende dal contemporaneo Giant Typhoon (1968), biografia romanzata di Giant Baba, il più celebre wrestler giapponese del tempo.
Ciò che ha permesso a Tiger Mask di diventare un fenomeno mondiale, a differenza di altre opere sul tema dello stesso autore che non sono riuscite a fare il grande salto, è proprio il suo eroe protagonista dalla doppia identità, il cui vero volto è nascosto da una maschera che evoca fierezza e carisma ed è noto praticamente solo al lettore/spettatore. Naoto Date/Tiger Mask non è un ragazzino limpido come Futoshi, né un personaggio reale come Giant Baba, ma è una sorta di supereroe che si batte per il suo ideale tra mille tormenti, sempre in lotta contro la malvagia Tana delle Tigri ma anche contro i propri demoni.

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La serie animata si differenzia parecchio dal manga di Ikki Kajiwara per vari motivi, non soltanto lo stile di disegno utilizzato, completamente diverso da quello di Naoki Tsuji e molto più minimalista, squadrato e particolare, ma anche per la diversa composizione della storia: laddove il manga è molto più tecnico e presenta numerosi lottatori realmente esistenti con nomi e cognomi (non soltanto Giant Baba, Antonio Inoki e Kintaro Oki, presenti anche nel cartone animato, ma anche Dory Funk Sr. e figli, Killer Kowalski, Bruno Sammartino, Abdullah The Butcher, Freddie Blassie e tanti altri), l’anime indugia maggiormente sulla rappresentazione dei lottatori di fantasia, esplorando maggiormente l’organizzazione di Tana delle Tigri, affiancando al solitario Naoto dei compagni, Daigo Daimon e Kentaro Takaoka, creati apposta per la versione animata, e modificando qua e là i nomi dei lottatori reali (con l’unica eccezione di quelli giapponesi legati alla Nihon Puroresu Kyōkai, primo fra tutti Rikidōzan, a cui viene addirittura dedicato un lungo episodio-flashback).

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A cinquant’anni di distanza, chiedendo alla generazione di giapponesi che ha visto in tempo reale la serie televisiva, o che ne è stata in qualche modo ispirata, quale sia il suo ricordo di Tiger Mask le risposte sono quasi sempre unanimi. Interrogati in varie interviste contenute in riviste tematiche sul wrestling o nei volumi dell’edizione bunko del manga uscita per Kodansha nel 2001, diversi lottatori reali (Jushin Thunder Liger, Tiger Mask I, II, IV), fumettisti (Takao Saito, Jun Ishikawa) e altri famosi personaggi giapponesi hanno tutti quanti posto l’accento sul rapporto tra il lottatore dalla maschera di tigre e i bambini. Uno dei temi cardine della storia è, infatti, il fatto che Naoto/Tiger Mask scelga di gettarsi alle spalle il suo passato da lottatore cattivo, tradendo l’organizzazione criminale che lo ha cresciuto, perché intende aiutare economicamente i bambini del suo vecchio orfanotrofio donando a loro, invece che a Tana delle Tigri, i proventi degli incontri. Un rapporto invero più complesso di così, dato che il lottatore, visto dai bambini come un eroe da prendere a modello, decide di essergli d’esempio, smettendo di usare mosse scorrette e impegnandosi anima e corpo a rischio della vita per mostrar loro che nella vita non si va avanti con le scorciatoie e le bassezze, ma con l’impegno, la lealtà, il sacrificio e la determinazione. Una visione, certo, oggi un po’ antiquata e senza dubbio molto debitrice di una retorica giapponese d’altri tempi, ma che non ha mancato di affascinare diverse generazioni, che hanno visto in quel lottatore con la maschera da tigre un eroe forte e buono, a cui affidare ciecamente i propri sogni e le proprie speranze. Viene, si diceva, da Champion Futoshi il rapporto tra l’eroe e i bambini, ma pare che, in realtà, venga anche dall’autore stesso, che disse in diverse interviste di voler usare i soldi guadagnati coi fumetti per costruire a casa sua una piscina dove i bambini del vicinato potessero giocare liberamente.
Un po’ ridondante, ripetitivo e pesante il modo in cui questo tema viene esposto nella serie animata, dove almeno metà del minutaggio viene dedicato alle vicende dei bambini dell’orfanotrofio (con in testa l’odioso Kenta, capriccioso e prepotente, ma fondamentale per gli sviluppi della storia) o di vari bambini sfortunati che Naoto incontra e aiuta in giro per il Giappone. A guardarle oggi, buona parte di queste scene risultano superflue, pesanti e fastidiose e vorremmo magari solo mandare avanti il video per arrivare direttamente alle più interessanti parti di wrestling, ma non si può negare che il rapporto tra Tiger Mask e i bambini a cui vuole insegnare, tramite scontri sanguinosi, a vivere con determinazione e correttezza, sia un tema che abbia segnato intere generazioni.

In un inferno solitario, nel bel mezzo del dolore
Ardi, ardi, mio amore
Quei bambini mi danno coraggio
Esaudirò i desideri di quelle piccole anime che sono l’espressione della verità


Akira Kushida, "Tiger Retsuden” (“La storia di Tiger”) 2010 (dal pachinko Fever! Tiger Mask)

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Tanti i momenti e i personaggi iconici della serie che ancora oggi vengono ricordati, dal malefico Mr. X al sanguinoso Red Death Mask, dai tre grandi King, Big e Black Tiger all’involontariamente buffo Mr. No, ma, chiedendo ai fan giapponesi (e anche in Italia la risposta non è tanto differente) è il combattimento finale con Tiger The Great, il boss di Tana delle Tigri, ad essere rimasto maggiormente scolpito nella memoria: scioccante, violentissimo, contraddittorio, brutale, decisamente non lascia indifferenti, ma l’essersi lasciato andare, rinnegando gli ideali per cui aveva lottato per più di cento episodi, non è riuscito a intaccare il ricordo di Naoto Date come eroe buono e generoso, tanto da aver creato, nei primi anni 2010, una serie di emuli, che hanno fatto cospicue donazioni a istituti giapponesi per l’infanzia firmandosi proprio “Naoto Date”.

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Non si può, tuttavia, parlare di ciò che Tiger Mask ha rappresentato per i fan giapponesi nel corso di questi cinquant’anni riferendosi unicamente alla storica serie animata. Sì, quest’ultima è stata un importante passo nella costruzione del mito di questo personaggio, ma non può essere slegata dal suo contesto, dal suo autore e da ciò che è venuto dopo, in particolar modo da Tiger Mask Nisei, il suo sequel dalle atmosfere diametralmente opposte, lontano anni luce dai bambini orfani e poverissimi degli anni sessanta. Tiger Mask Nisei è, invece, lanciatissimo nello svafillante mondo degli anni ottanta, della Shin Nihon Puroresu di Antonio Inoki (collaboratrice della serie animata, motivo per cui nella seconda serie compare soltanto Inoki e non Baba, che all’epoca era a capo di una federazione rivale) e di star straniere ora famosissime e amate (e non più unicamente fischiate perché erano i cattivi scorretti e selvaggi che si opponevano ai giusti lottatori giapponesi, come al tempo della prima serie) anche in Giappone, come Abdullah The Butcher, Stan Hansen, Hulk Hogan o i fratelli Funk: come nel caso della prima serie, anche nell’adattamento animato di Tiger Mask Nisei vi sono state modifiche e tagli qua e là per questioni di diritti, ma nel manga originale di Ikki Kajiwara il ruolo dei lottatori stranieri nel puroresu anni ottanta è un tema molto sentito e importante per la storia.

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Troppo scanzonato e pacchiano rispetto alla prima serie, Tiger Mask Nisei in sé e per sé non è riuscito a lasciare troppo il segno, ma è servito a Toei Animation come banco di prova per il ben più fortunato Kinnikuman, serie sul wrestling prodotta a partire dall’anno successivo, ed è stato un buon eroe d’infanzia per molti bambini oggi quarantenni, che non c’erano al tempo della prima serie. Tiger Mask Nisei è, tuttavia, importantissimo per un’altra questione, ossia la nascita di un “altro” Tiger Mask, ben più iconico del misconosciuto Tatsuo Aku (protagonista della serie Nisei). Per fare da traino alla serie televisiva, infatti, Ikki Kajiwara e la Shin Nihon Puroresu di Antonio Inoki decisero di far debuttare il lottatore dei cartoni animati dal vivo. Il debutto avviene il 21 aprile del 1981, sotto la maschera c’è l’agilissimo Satoru Sayama, che si è allenato in Messico e in Inghilterra e riesce alla perfezione a riprodurre tutte le acrobazie e le mosse del personaggio a cartoni animati. I giornalisti reputano la cosa una farsa, i bambini del pubblico sono in delirio, generando un fenomeno pop che porta, nel biennio 1981-1983, il Tiger Mask di Sayama a diventare una star popolarissima, idolo dei bambini di tutto il Giappone, richiestissimo dai programmi tv sportivi e presente su tutte le riviste tematiche, portando la fama della federazione e di questo sport alle stelle.


Una stella, quella di Satoru Sayama/Tiger Mask I, che non accenna ancora a spegnersi nonostante il passare dei decenni, anzi è ancor più ammantata da un'aria leggendaria, dovuta anche al solenne appellativo con cui viene oggi chiamato: 初代タイガー・マスク Shodai Taigaa Masuku, "Il primo Tiger Mask". Chiedendo agli attuali adulti giapponesi che hanno vissuto l’epoca del suo debutto, saranno in molti a rispondere “Io da giovane ero un fan di Satoru Sayama” o “E’ stato come un sogno vedere debuttare dal vivo il mio eroe Tiger Mask”, mentre Sayama è ancora oggi intervistato e presente in eventi a tema (tra i molti contenuti extra dell’edizione giapponese in dvd della prima serie di Tiger Mask vi sono anche succose interviste a Sayama). Acclamato ancora oggi come un personaggio leggendario e seguitissimo nei suoi eventi pubblici, fondatore dell'arte marziale chiamata shooto e della federazione Real Japan Pro-Wrestling, e ritenuto il primo e più importante lottatore mascherato giapponese, che è stato di ispirazione per tutti i lottatori mascherati giapponesi (e non) successivi, da Jushin Thunder Liger a Ultimo Dragon, ha persino un personale museo a lui dedicato nella zona di Suidobashi, a Tokyo, dove sono esposte (ed è possibile comprarne - a caro prezzo - delle repliche) tutte le maschere di tigre utilizzate nel corso degli anni ed è presente il laboratorio dove ancora oggi vengono realizzate. La fama del Tiger Mask in carne ed ossa non accenna minimamente a spegnersi, nemmeno quando il testimone passa, tra il 1984 e il 1990, alla Zen Nihon Puroresu di Giant Baba e la maschera passa a Mitsuharu Misawa, che veste i panni di Tiger Mask II e, guarda un po’, entra sul ring sulle note di una nuova versione della storica sigla del primo cartone animato. Le successive incarnazioni reali del personaggio, tra imitatori, parodie e le successive “generazioni” (attualmente arrivate a cinque, più la versione “W” dedicata alla più recente serie animata), non sono riuscite a riscuotere lo stesso successo, ma ci viene un grosso sorriso dipinto sul volto nel vedere il lottatore di quarta generazione, Tiger Mask IV (al secolo Yoshihiro Yamazaki), che posta spessissimo su Instagram le foto in cui gioca coi figlioli, ovviamente anche loro forniti di maschere di tigre per celare la loro vera identità.

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Da cinquant’anni, quella maschera di tigre ci ricorda i nostri sogni d’infanzia e gli eroi che volevamo essere. Alcuni di noi sono riusciti davvero a indossarla in veste di lottatori, a salire su un ring e a diventare eroi che lottano anima e corpo in nome dei propri sogni. Altri, invece, come il cantante Akira Takahashi, la indossano per esibirsi su cover di sigle di cartoni animati in giro per il Giappone. Altri, magari, l’hanno semplicemente comprata perché sono fan del personaggio nelle sue varie incarnazioni, e ne collezionano tutte le innumerevoli versioni. Altri, come il sottoscritto, ne hanno una che usano come portafortuna e la indossano per andare al karaoke.

Quel che è certo è che, sia egli Naoto Date, Satoru Sayama, Tatsuo Aku, Mitsuharu Misawa o chi per lui, quell’eroe con la maschera da tigre in qualche modo ci ha segnati tutti quanti, a partire da quel lontano 2 ottobre di ormai cinquant’anni fa quando Naoto Date atterrò in Giappone pronto a compiere una rivoluzione che sarebbe diventata ben più grande di lui.
Auguri Naoto Date, auguri Tiger Mask, e grazie per aver dato forma alla nostra tigre interiore, qualsiasi aspetto ella abbia.

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E’ giunta l’ora di combattere.
Diventa una tigre!

Tu sei una tigre
Vagabondo Tiger, diventa una bestia incurante della vita
Senza temere la morte, va' avanti, tigre mascherata!

Toru Muramatsu
, “Omae wa tora ni nare – Shodai Taigaa Masuku no Teema” (“Diventa una tigre – Tema di Tiger Mask I”), 1981

Un ringraziamento speciale agli amici del gruppo Facebook Natsukashi no Showa Puroresu Tomo no Kai (Assemblea degli amici nostalgici del puroresu dell'era Showa), per aver condiviso con me i loro ricordi legati a Tiger Mask, e allo staff del Puroresu Mask World di Tokyo per la visita al museo di Satoru Sayama e la bella chiacchierata che è servita di ispirazione.



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